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lunedì 19 luglio 2010

Libia: liberati gli eritrei detenuti, ora sono pero' prigionieri del deserto




I 205 senza documenti ne'soldi; Tripoli chiude centri immigrati


ROMA - Sono liberi i 205 profughi eritrei detenuti da 16 giorni nel carcere di Braq in Libia, ma per ora non sanno che farsene della liberta' concessa da Tripoli: senza documenti ne' soldi, cibo ne' acqua, non sanno dove dormire e sono bloccati nel cuore del deserto a Sebha, 800 chilometri da Tripoli, dove le autorita' libiche li hanno scaricati dopo la liberazione che considerano una 'farsa'. ''Giriamo per le strade come cani abbandonati'', ha raccontato uno di loro. E intanto la Libia annuncia di aver chiuso i centri di accoglienza per immigrati, mandando via tutti i detenuti. ''Nessuno ci ha detto nulla e nessuno ci ha offerto un rifugio o un aiuto. Non abbiamo soldi. Non sappiamo cosa fare. Abbiamo anche chiesto di poter dormire in una prigione ma ci hanno detto no e ci hanno lasciato per strada. Siamo lasciati soli e nessuno si interessa di noi'', ha raccontato uno dei profughi. Secondo quanto ha raccontato un altro degl eritri che e' riuscito a contattare un parente in Italia, alcuni di loro erano riusciti a nascondere pochi spiccioli nella prigione, e con quelli hanno mandato tre di loro a Tripoli a cercare una via d'uscita alla situazione in cui si trovano. Al momento si troverebbero in viaggio. Alcuni profughi hanno riferito anche di maltrattamenti subiti nei luoghi di detenzione. Altri di trovarsi in quelle condizioni dopo il respingimento in mare dall'Italia, a pochi chilometri da Lampedusa. Per la Libia, ''non esiste un caso eritrei'', secondo quanto ha detto all'ANSA l'ambasciatore libico in Italia, Hafed Gaddur. ''Da ieri non ci sono piu' in Libia centri di accoglienza per immigrati e tutti coloro che vi erano ospitati sono liberi, avranno documenti temporanei di riconoscimento e potranno reinserirsi nel tessuto sociale trovando lavoro e alloggio'', ha detto Gaddur, che ha definito ''propaganda'' le notizie secondo cui centinaia di profughi eritrei erano trattenuti in pesanti condizioni di detenzione. La Libia, ha spiegato, ha deciso che ''non si fara' piu' carico di dar da mangiare e da dormire gratis'' a migliaia di persone come ha fatto finora perche' ''per noi sono un peso''. Da parte sua la Farnesina ha espresso ''apprezzamento per il gesto positivo di disponibilita' delle autorita' libiche'', ha fatto sapere il portavoce Maurizio Massari, auspicando che ''le persone liberate possano trovare in Libia adeguate opportunita' di lavoro e vita''. Ma per il senatore radicale Marco Perduca, ''non sorprende la solita dimissione di responsabilita' dell'Italia ogni qual volta si presenti la necessita' di rispettare gli obblighi derivanti dall'aver ratificato la convenzione sui rifugiati''. Soddisfazione per l'epilogo della vicenda eritrei da parte del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir): ''Siamo contenti perche' non era piu' possibile che continuassero a vivere nelle condizioni di detenzione cui erano costretti e perche' e' stato evitato il loro rimpatrio forzato in Eritrea'', si legge in una nota. (ANSA).

domenica 18 luglio 2010

Fa caldo e la coscienza è a mollo


Scritto da Paolo Ferrari - Area Immigrazione delle Acli Nazionali
Insieme alle non notizie di questi giorni, come la calura estiva, i Tg hanno trasmesso il drammatico appello che arriva dal centro di detenzione di Braq, in Libia.
Domenica 4 luglio mentre i TG si affannavano a propinarci “non notizie” come la calura d’estate, e a darci consigli su come affrontare l’afa a qualcuno – speriamo – non sarà sfuggita una notizia vera,  il drammatico appello che giungeva alle nostre accaldate e assopite coscienze dal centro di detenzione di Braq vicino Sebah nel sud del deserto libico.

Lì 245 rifugiati eritrei in fuga da guerra e fame, prontamente riacciuffati dal nostro solerte collaboratore libico, si trovavano stipati in stanzoni senza finestre, privi di cibo e acqua, in attesa di rimpatrio e quindi indirizzati verso nuovo dolore e morte. Molti di quegli eritrei, soprattutto i più giovani, fuggono anche da un servizio militare a tempo indeterminato nel deserto della Dancalia. 

Per questo affrontano lunghe marce e vicissitudini di schiavitù e violenza, nel tentativo di approdare prima o poi (dopo magari un paio di anni di questa vita d’inferno) da qualche parte in Europa. Ma noi non li vogliamo proprio questi «clandestini» e così – anche mediante accordi con la Libia – abbiamo provveduto a organizzare una efficace pulizia del mare,finalmente “nostrum”, solo “nostrum”.Nell’assolata domenica italiana, tra code sull’autostrada e piedi a mollo nelle fontane delle città, chissà chi ha percepito l’appello per salvare la vita a questi poveracci. 

IL CIR, attraverso il suo Direttore Christopher Hein,   ha chiesto al Governo Italiano di trasferire e reinsediare i rifugiati in Italia ”e che una delegazione di Enti umanitari non politici sia ammessa ad una visita nel centro di Braq”. Il CIR si appella inoltre a tutte le autorità coinvolte affinché i rifugiati siano rassicurati che non saranno rimpatriati e che la prevista visita dell’Ambasciata Eritrea di Tripoli nel centro non comporti né la deportazione né rappresaglie contro i familiari dei rifugiati rimasti in Eritrea. 

Il Padre Giovanni La Manna che a Roma dirige il Centro Astalli per richiedenti asilo e rifugiati, in un intervista alla Radio Vaticana ammonisce che “le nostre coscienze non possono rimanere tranquille mentre accadono queste cose. Il silenzio fa passare tutto come una cosa normale, ma è tremendo. Le nostre coscienze si stanno macchiando di un peccato che rimarrà nella storia dell’umanità”. 

Ma – che volete –  fa caldo, troppo caldo